Ieri pomeriggio, come spesso accade, ci siamo ritrovate al solito bar: io, Debora, Marika e… Rebecca.
Rebecca che fino a un mese fa viveva a Milano.
Rebecca che aveva un lavoro figo, una casa piccola ma con vista sulla strada della moda, e una vita fatta di treni, riunioni, sushi delivery e videochiamate alle 23.
Rebecca che ora, a 54 anni, ha deciso di tornare qui.
A casa.
“Non è stato facile,” ci ha detto, mescolando il caffè con quella calma che solo qui sembra possibile.
“Milano mi ha dato tanto, davvero. Ma alla fine sentivo il bisogno di respirare.
Di tornare a una vita più piena… ma di senso, non di cose da fare.”
Marika, sempre diretta come una notifica WhatsApp alle 7 del mattino , le ha chiesto:
“Ma non ti sembra un po’ di fare un passo indietro? Lasciare tutto così e ripartire?”
Rebecca ha sorriso.
Poi ha tirato fuori dalla borsa le sue chiavi (sì, le aveva trovate al primo colpo, cosa che per lei è già una rivoluzione ).
Attaccato c’era un portachiavi in plexi, trasparente, con una foto di lei coi genitori e i fratelli da un lato.
Sul retro, una frase scritta a mano, di suo pugno:
“Casa è dove senti che puoi ricominciare, ogni volta come se fosse la prima.”
“Questo,” ha detto, “mi ricorda perché ho fatto bene.
E anche dove ho messo le chiavi, finalmente.”
Abbiamo riso.
E poi, come da copione, abbiamo ordinato un altro caffè ☕
(Marika ha chiesto un deca, Debora ha sbagliato tazzina, io ho versato il caffè sul tavolo. La normalità, insomma.)
E mentre le guardavo ridere, ho pensato che casa non è sempre un luogo preciso.
Io stessa ho vissuto in Inghilterra per anni, poi la vita mi ha riportato qui.
Eppure, a volte, sento che questa non è ancora la mia casa.
Ma – ecco il punto – va bene così.
Perché, come dico sempre:
“Non siamo alberi: se un posto non ci appartiene fino in fondo, possiamo spostarci. Cambiare. Ricominciare.”
Il problema è che… l’ho detto a voce alta.
E le ragazze, in coro, come solo loro sanno fare:
“Vero… ma non starai mica pensando di andartene? Una torna e una se ne va? Che storia è questa!”
E lì, puff!
Quel pensiero che tenevo chiuso in una scatola con lucchetto perché mi fa paura, è saltato fuori.
Non potevo più far finta di nulla.
“Questa casa mi accoglie, sì… ma non mi appartiene ancora.
C’è qualcosa che ancora cerco, anche se non so bene cosa.”
Dramma? Lacrime? No.
“Non dire cazzate!” ha detto Debora, con la delicatezza di un tir
“Come facciamo senza di te!!!”
E io me lo chiedo davvero:
Se vado via, come faccio senza di loro?
“Ci mancherà la quotidianità, certo.
Ma l’amicizia non finisce quando uno va via,” ha detto Rebecca.
“Anzi, ci serve una scusa per farci qualche viaggetto.
Meglio se in posti con spa e brunch incluso.”
E aveva ragione.
Perché questa nostra quotidianità fatta di bar, caffè, risate e riflessioni buttate lì tra un cucchiaino e l’altro…
…è il tipo di amicizia che lascia qualcosa dentro.
Un gesto.
Una frase.
Una risata che ti torna in mente mentre cammini.
Come un piccolo dono, invisibile ma potente.
Qualcosa che rimane, anche quando si parte.
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